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Armi biologiche
Costano poco e difendersi è difficile. Quasi impossibile…

"Quelle che mi spaventano a morte, forse ancor più che le armi tattiche nucleari, sono quelle contro le quali abbiamo meno possibilità: le armi biologiche.", così afferma Colin Powell, Segretario di Stato USA.

Cosa sono
Le armi biologiche sono batteri, virus e tossine che provocano malattie, in genere mortali, con cui colpire la popolazione militare e civile. Esiste una grande varietà di possibili agenti infettivi: dalle più terribili malattie conosciute (peste, colera, tifo, carbonchio) alle epidemie di virus letali, come l'ebola, fino ad agenti patogeni alterati che provocano cancrene, paralisi respiratorie, encefaliti, emorragie.

La storia
La paura di infezioni sparse da attacchi militari o da azioni terroristiche è sempre stata presente nell'inconscio collettivo (nei Promessi Sposi, Renzo rischia di essere linciato dalla folla con l'accusa di essere un "untore" di peste) e romanzieri e sceneggiatori ne hanno sfruttato spesso l'aspetto drammatico. E quando il 20 marzo 1995 nella metropolitana di Tokyo adepti della setta Aum Shinrikyo lanciano sulla folla tre borse contenenti Sarin, un letale agente biochimico, provando 12 morti e l'intossicazione di oltre 5000 persone, la possibilità dell'uso di armi biologiche in attentati terroristici diventa concreta.

La guerra biologica, più comunemente conosciuta come guerra batteriologica, ha origini antichissime e prosegue fino ad oggi. I romani utilizzavano carcasse di animali morti per inquinare le riserve d'acqua dei nemici assediati ed i Tartari, nel 1347 durante l'assedio di Kaffa, presidio della Repubblica Genovese nel Mar Nero, catapultarono all'interno della città cadaveri di appestati. Si ritiene che questo fu l'inizio della epidemia di peste che in quel periodo del Medio Evo uccise oltre venti milioni di persone in tre anni. La guerra delle infezioni prosegue nel corso dei secoli, dal periodo delle colonizzazioni (coperte infettate di vaiolo donate ai pellerossa del Canada o prostitute ammalate di sifilide inviate ai Maori della Nuova Zelanda) fino alla seconda guerra mondiale, con i giapponesi che inondano la Manciuria di peste, colera, leptospirosi.

Trattati
Il pericolo che le guerre biologiche potevano comportare, soprattutto per gli effetti incontrollabili che ne derivano, aveva indotto un primo gruppo di Paesi, tra cui l'Italia, a sottoscrivere a Ginevra un trattato di non utilizzo (Protocollo per la proibizione dell'uso di gas asfissianti, avvelenanti e altri gas, e dei metodi di guerra batteriologica) entrato in vigore l'8 febbraio 1928 e successivamente sottoscritto da oltre 120 Stati. Tra questi anche l'Iran (1929), l'Iraq (1930), Pakistan (1960), Siria (1968), Stati Uniti (1975) e Afghanistan (1986). Eppure questi sono, insieme alla Corea e alla Russia, i luoghi dove maggiormente si sospetta siano prodotte le armi per la BW, la Biological War.

Il protocollo di Ginevra del 1928 non poneva però alcun controllo effettivo agli Stati aderenti. Anche la successiva Convenzione sulle armi biologiche e tossiche del 1972 (BWC - Biological and Toxin Weapons Convention) che ne vieta lo sviluppo, la produzione, l'acquisizione, lo stoccaggio e il possesso non contempla procedure di verifica, scappatoia che ha permesso a molti Stati di continuare i programmi di guerra biologica per altri vent'anni. Finalmente la Convenzione sulle armi chimiche del 1993 (CWC - Chemical Weapons Convention), entrata in vigore il 29 aprile 1997, stabilisce rigorose procedure di controllo e verifica che ora si pensa di adottare anche per le armi biologiche e tossiche.

Produzione
La produzione di armi biologiche è estremamente accessibile senza necessità di investimenti e di particolari tecnologie, né occorrono fabbriche e impianti particolari. Questo è il motivo per cui è particolarmente attuale il rischio che possano essere realizzati attacchi batteriologici in un momento di altissima tensione. Un laboratorio per la produzione di virus, batteri o qualsiasi altro agente infettivo è dissimulabile ovunque: le attrezzature necessarie alla produzione sono normalmente in vendita, identiche a quelle di qualsiasi laboratorio di analisi. Le "materie prime" sono reperibili con facilità, da università, società farmaceutiche, centri di ricerca. E la velocità con cui i microrganismi si riproducono è strabiliante: in poche ore si può disporre di una quantità sufficiente per sterminare una città.

Come si diffonde
Anche il modo di diffusione è alla portata di chiunque e difficilmente prevedibili. Dall'inquinamento degli acquedotti, alla esplosione in aria, ogni sistema impiegato comporta effetti incontrollabili. Secondo il tipo di infezione, le persone sono contagiate e muoiono nell'arco di ore, al massimo di giorni. E chi è contaminato diventa a sua volta infettante, propagando in progressione continua l'epidemia. I prodotti utilizzati sono ottenuti con modificazioni che li rendono resistenti all'azione degli antibiotici conosciuti, almeno fino a quando non è stato esattamente individuato l'agente che causa l'infezione e ne è stato trovato l'antidoto. E per questo possono occorrere molti giorni, senza contare il tempo necessario per isolare tutte le persone potenzialmente contagiate, immunizzarle e attendere la scomparsa dell'epidemia.

Utilizzo strategico e controindicazioni
Strategicamente, in senso militare, le armi biologiche apparivano una ottima soluzione per debellare i nemici senza danneggiare il territorio da conquistare. Con un costo di produzione irrisorio rispetto a quello delle armi "normali", l'assenza della contaminazione nucleare e la facilità con cui colpire, la guerra batteriologica appariva destinata ad un sicuro impiego. Ben presto è però emerso l'enorme pericolo che essa comportava anche per l'attaccante. Sembrava infatti sufficiente vaccinare i propri militari con l'apposito "antidoto", ottenuto conoscendo quale era l'agente patogeno impiegato nell'offensiva. Ma si è compreso come questo non fosse sufficiente a contenere la diffusione dell'epidemia provocata. Condizioni atmosferiche, presenza di corsi d'acqua, sopravvissuti all'attacco, cibo, potevano espandere senza possibilità di controllo l'area dell'infezione, colpendo anche la popolazione civile di chi aveva colpito o di altre regioni anche lontane.

Oggi quindi il pericolo più reale che deriva dalle armi biologiche consiste nella contaminazione che deriva da un incidente in uno dei laboratori dove sono prodotte, nel loro furto e nell'impiego in azioni terroristiche. Eventi contro i quali ben poche sono le difese. Non resta che sperare.

Andrea Scarienzi/Grandinotizie.it/20 settembre 2001


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