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Il termine Kamikaze
trae origine dal giapponese. Significa Vento divino. Deriva
dal nome del tifone che nel 1281 distrusse la flotta mongola,
mentre tentava l'invasione del Giappone. In genere con la parola
kamikaze si fa riferimento a quegli individui che consapevoli
o meno, decidono di porre fine alla propria esistenza, mediante
atti di terrorismo.
I Kamikaze diventano protagonisti della storia, durante la seconda
guerra mondiale. Sono militari giapponesi che con i loro aerei
carichi di carburante ed esplosivo, si lanciano contro le navi
statunitensi. E' l'estremo tentativo di fermare l'avanzata americana.
La prima azione omicida avviene nella battaglia di Leyte.
In seguito vengono impiegati a Iwo Jima e Okinawa.
E' qui che cessano le loro incursioni, nell'estate del 1945. Il
motivo? Non sono i volontari a scarseggiare, ma gli aeroplani.
L'industria del Sol Levante blocca la produzione di velivoli.
In quel periodo sono quasi ventimila i Kamikaze. Distruggono trentaquattro
navi americane, tra cui tre portaerei. Ne danneggiano duecentottanta.
Le prime imprese sono attuate con piccoli aerei bomba, chiamati
Ohka. Vuol dire fiore di ciliegio. Gli americani
li ribattezzano baka, che significa pazzo.
Ma come si entra nel gruppo dei "suicidi"? Per diventare vento
divino nella seconda guerra mondiale non basta essere devoti all'imperatore
a dispregio della propria vita. Bisogna essere ammessi in un corpo
speciale, per pochi eletti che si sentono già in Paradiso. E nel
Terzo Millennio? I gruppi integralisti reclutano le truppe della
morte per lo più nelle frange più disagiate della popolazione.
Si chiamano Shahid. Sono spesso giovani che vivono in condizioni
miserabili, cui si promette un futuro glorioso. Imparano che a
chi muore nel nome di Allah, spetteranno cose mai viste. I giovani
si sentono quasi onorati a far parte di tali organizzazioni. Dalla
povertà e dall'anonimato vengono catapultati - nella loro ottica
plagiata - in qualcosa di grande.
Terroristi giapponesi esportano la tecnica Kamikaze in Medio Oriente
Il 30 maggio 1972 un commando di tre persone assaltano l'aeroporto Lod (oggi Ben Gurion) di Tel Aviv. Sparano all'impazzata contro la folla e hanno indosso bombe a mano in modo da esplodere se colpiti dai poliziotti. E' la prima volta che un attentato è pianificato senza prevedere una via di fuga per i terroristi. I tre uccidono 24 persone e ne feriscono 76. Mai, in precedenza, musulmani si erano imbotti di bombe per lanciarsi contro innocenti. Due attentatori muoiono dilaniati dalle bombe esplose sotto il fuoco delle forze di sicurezza israeliane. Il terzo, ferito, viene arrestato. E' giapponese. Si chiama Okamoto Kozo e si dichiara membro dell'Esercito Rosso (Sekigun), formazione dell'estrema sinistra giapponese nata l'anno prima in Libano. Okamoto è condannato all'ergastolo, ma nel 1985 è oggetto di scambio di prigionieri tra israeliani e palestinesi. Viene accolto in Libano come un eroe. Il governo di Beirut gli concede l'asilo politico, risparmiandogli l'estradizione in Giappone.
Negli anni Settanta i militanti di Sekigun addestrano in Libano un'intera generazione di guerriglieri islamici, trasmettendo loro la mistica dell'attacco suicida. Esiste anche un teorico della nuova tecnica terroristica. Si chiama Okudaira Tsuyoshi è uno dei due kamikaze morti a Tel Aviv nel 1972. Suo fratello minore, Junzo, nel 1988 compie un attentato contro un circolo sportivo di Napoli frequentato da militari Usa. Ad oggi sono cinque i militanti di Sekigun latitanti in Medio Oriente.
In Palestina ci sono vere e proprie scuole. E' di qualche mese
fa la notizia della Bbc, secondo cui la Jihad islamica
ha aperto un istituto estivo per martiri. In un resoconto da Gaza,
la rete americana riferisce che gli estremisti islamici insegnano
ai ragazzi non solo che è bene uccidere, ma anche che è bene morire.
Gli allievi apprendono inoltre che gli attacchi suicidi sono il
modo più efficace per colpire Israele. In cambio della vita terrena,
gli attentatori-suicidi ottengono un posto in paradiso dove vengono
accolti da settanta vergini. "Insegniamo ai nostri ragazzi che
le bombe suicide sono l'unica cosa che veramente spaventa gli
israeliani". A parlare è Mohammed el Hattab uno dei maestri
del corso. "Inoltre spieghiamo loro che abbiamo diritto di fare
questo e che dopo l'attacco suicida il martire che l'ha compiuto
va al più alto livello del paradiso".
Valentina Venturi/Grandinotizie.it/ 13 novembre
2001
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