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Negli Usa ancora
un giorno di paura e di scoperte agghiaccianti. La stampa nazionale
segue, intanto, il delinearsi del piano di guerra dell'America.
Su Repubblica si legge "Presidente e vice sono stati divisi
per ragioni di sicurezza, ancora caos negli aeroporti, falsi allarmi
bomba che hanno portato all'evacuazione del Congresso. Pochi minuti
prima che i due jet, decollati martedì mattina da Boston, si schiantassero
contro le Twin Towers di New York, una voce anonima ha telefonato
alla Casa Bianca annunciando che l'obiettivo successivo sarebbe
stato l'Air Force One di Bush. Per rafforzare la minaccia, la
voce non ha pronunciato la parola Air Force One, ma il nome segreto
in codice con il quale viene identificato l'aereo presidenziale,
uno dei segreti degli Stati Uniti che finora si credeva fra i
meglio custoditi. Il codice segreto d'identificazione, modificato
di continuo, è noto solo agli operatori delle basi militari, ai
servizi segreti e allo staff presidenziale. La rivelazione fatta
dal New York Times non è stata smentita dalla Casa Bianca,
il che rafforza la convinzione che il livello d'infiltrazione
nell'apparato statunitense sia molto alto".
Le indagini continuano. Sempre su Repubblica l'identikit
di due terroristi: "Due amici per la pelle, uniti dalla fede musulmana.
Mohammed Atta e Marwan Alshehri sono i piloti kamikaze
che martedì si sono lanciati contro le Torri Gemelle. Secondo
l'Fbi, sono loro che hanno compiuto la strage di New York, loro
gli esperti piloti addestrati negli Usa, in una scuola americana
ad aver preso la guida dei due Boeing partiti da Boston, lanciandoli
verso la morte. Prima di eseguire il piano suicida i due hanno
fatto un'ultima notte brava, ubriacandosi a vodka e rum in un
bar della Florida".
Le ricostruzioni di ciò che è accaduto sugli aerei-kamikaze, ottenute
grazie alle ultime telefonate di alcuni passeggeri ai loro familiari,
definiscono uno scenario tragico e paradossale. Su Repubblica
si legge "Alcuni tra i passeggeri usano i cellulari per chiamare
casa e avvertire del dirottamento. Tra loro ci sono tre uomini
molto alti e grossi: Jeremy Glick, Thomas Burnett
e Jerry Bingham. Hanno fatto molti sport, uno è stato da
poco a Pamplona a farsi rincorrere dai tori. Ma non è questo che
dà loro il coraggio: sono le Torri Gemelle in fiamme, è la moglie
di Glick che racconta della gente che si butta dalle finestre
per disperazione. I tre uomini chiudono e riaprono spesso la comunicazione
con le famiglie. Negli intervalli parlano tra di loro e decidono
che cosa fare. È Glick quello che ha l'idea del coltellino. Lo
dice ridendo a sua moglie. Lei assicura che rideva. Dice: Abbiamo
deciso di reagire contro i dirottatori, prenderemo i coltellini
del burro, sai, quelli della colazione in volo?. I kamikaze
con il tagliabalsa muoiono per uccidere, quelli con il coltello
da burro per salvare altre vite, che non sono le loro. Sanno che
si schianteranno, comunque, ma che la vita non è sacra, può essere
giusta o sbagliata se c'è un momento in cui puoi scegliere e definirla.
Quel momento è arrivato. Anche Glick lascia le ultime parole dietro
di sé, un testamento da kamikaze in cui dice alla moglie Lyzbeth:
I love you, stay on the line, ti amo resta in linea".
Intanto, lo spettro del conflitto è sempre più vicino. Repubblica
scrive "Colin Powell ha pochi dubbi e ormai lo dice apertamente:
Non lo abbiamo ancora identificato ufficialmente, ma certo
il gruppo a cui ci riferiamo è quello di Bin Laden.
L'ex capo di stato maggiore che guidò e vinse la guerra del golfo
contro Saddam Hussein oggi si prepara a raccogliere il
consenso diplomatico per una nuova guerra, quella contro il terrorismo.
I piani vengono preparati in queste ore dal Pentagono: attacchi
aerei, bombardamenti, sbarchi di truppe speciali. Dentro l'ala
rimasta in piedi del palazzo simbolo del potere militare Usa,
nel chiuso delle stanze segrete, le mappe luminose alle pareti,
i generali stanno studiando la risposta all'attacco dell'11 settembre.
Il popolo americano - dice Powell - ha dato un giudizio:
siamo in guerra".
Valentino Parlato riporta sulManifesto la dichiarazione
rilasciata ieri dal presidente Bush: "E' la prima guerra del
XXI secolo. Guideremo il mondo alla vittoria". e così commenta
"E' indiscutibile: c'è aria di guerra, non si sa contro chi e
nessuno la ha ancora formalmente dichiarata, ma c'è e noi ci siamo
dentro".
Intanto, sul Corriere si legge il primo piano di guerra
dell'America. "E' un nuovo tipo di guerra, ma ci adatteremo
a questa sfida e riusciremo a vincere. La nazione è triste, ma
siamo anche duri e decisi: insieme con i nostri alleati faremo
un favore alle future generazioni e daremo una mazzata al terrorismo
mondiale". Queste le parole del presidente George Bush che
illustra così la sua strategia: gli Usa preparano una campagna
militare prolungata contro il terrorismo islamico, in cui non
colpiranno solo Osama Bin Laden e l'Afghanistan, che lo
ospita, ma anche altri gruppi terroristici e altri Paesi che li
sponsorizzano. Campagna che consisterà, oltre che in attacchi
missilistici ai covi e ai campi di addestramento dei terroristi,
anche in bombardamenti, di raid a terra con elicotteri, e in infiltrazioni
in territorio nemico di corpi speciali, innanzitutto delle squadre
scelte della Marina e della Delta Force dell'Esercito per la caccia
a Osama. Nelle ultime ore la diplomazia Usa ha fatto pressioni
sul Pakistan perché chiuda le frontiere con l'Afghanistan e permetta
alle forze alleate di sorvolare il suo territorio in caso di intervento
aereo nella regione".
Walter Cronkite, una delle leggende del giornalismo, dice
in un'intervista a Repubblica "Il punto è che siamo
pronti a una guerra, ma non sappiamo contro chi. Ma quando sarà
chiarito questo, l'attacco militare sarà il più intenso che si
sia mai visto".
Sulla Stampa Augusto Minzolini fa un'analisi accurata
del clima politico americano "L'America esige una risposta che
sia all'altezza della tragedia di cui è stata vittima. Vuole,
se possibile, dare una lezione definitiva al terrorismo e a chi
lo protegge. In ultimo, ha bisogno di riaffermare di fronte al
mondo la propria potenza nel tentativo di esorcizzare lo smacco
ricevuto. Ecco perché l'amministrazione di Washington è quasi
obbligata a scegliere l'opzione più dura. Devono averlo capito
bene un po' tutti i governi, alleati e non, che hanno avuto in
questi giorni contatti con la capitale americana". Arrivano, difatti,
appoggi agli Usa da Russia, Cina, Afghanistan, Francia, Spagna
e Italia.
In un'intervista rilasciata al Secolo d'Italia Luigi
Ramponi, deputato di An e presidente della commissione Difesa
alla Camera, dice: "Il terrorismo non è un'entità particolare,
un'entità astratta. E' uno strumento, al pari di un bombardamento,
di un attacco missilistico, dell'avanzata di diecimila carri armati.
Dunque, quando Bush parla di dichiarazione di guerra da parte
dei terroristi non ha tutti i torti".
Iniziano a delinearsi anche gli schieramenti politico-militari
dei vari Stati. II Pakistan appoggia l'America. Su Repubblicasi
legge "Islamabad offre massima collaborazione per
la ricerca dei colpevoli dopo l'attacco di martedì. Il generale
Pervez Musharraf, leader del paese più vicino al governo
dell'Afghanistan, si è affrettato ieri ad assicurare la cooperazione
illimitata di Islamabad per la lotta contro il terrorismo".
L'Afghanistan, con la sua terra bruciata e il suo popolo oppresso,
teme la vendetta americana. Il governo dei Taliban ha lanciato
un messaggio, come si legge ancora su Repubblica: "Chiediamo
agli Stati Uniti di non accrescere la miseria dell'Afghanistan,
perché il nostro popolo ha già sofferto tanto".
Yasser Arafat è preoccupato, "da Gaza, ieri, ha esortato
i Paesi arabi a partecipare alla coalizione internazionale contro
il terrorismo". Sul Messaggero si legge anche il commento
di Shimon Peres: "I palestinesi debbono arrivare a una
decisione strategica storica perché il mondo non accetterà più
il gioco in cui politica e terrore vengono mischiati. Arafat deve
scegliere se ritornare al dialogo cominciato nel 1993 oppure continuare
con lotta armata e terrorismo".
Abdul Aziz Rantisi, uno dei fondatori di Hamas è
invece convinto che dietro l'attentato agli Usa ci siano gli ebrei.
In un'intervista rilasciata al Messaggero Rantisi dichiara:
"Anche gli Americani si renderanno presto conto che dietro
gli attacchi al Pentagono e ai grattacieli di New York ci sono
in realtà i sionisti. Noi non abbiamo mai commesso delitti del
genere, oltre tutto ce lo vieta la nostra religione".
E il patriottismo americano si risveglia. Sul Corriere della
Sera l'affermazione dell'ex presidente Bush Sr che lo definisce
"un'ondata che travolgerà il terrorismo". Oltre si legge
ancora "L'ondata esalta e allarma al tempo stesso gli esperti.
Tutti dicono che il terrorismo non sconfiggerà l'America,
riferisce ammirato il maggiore Aeppli. E' uno spettacolo
impressionante, soprattutto da parte della gioventù. Pensavamo
che fosse preoccupata solo di fare soldi a Wall Street o di lottare
contro la globalizzazione, e invece è pronta a morire per il proprio
Paese. Ma Mitch Hammer, lo psicologo della American
University, un serbatoio di cervelli della Casa Bianca, teme che
si trasformi in rabbia, e che la rabbia esploda contro la comunità
islamica negli Stati Uniti. E' un timore manifestato anche da
Bush Sr e dal ministro della Giustizia John Ashcroft".
Grandinotizie.it/ 14 settembre 2001
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