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E adesso tutto cambia. L'attacco kamikaze sui simboli della società americana non è un semplice atto di terrorismo, è qualcosa di più profondo. E' uno spartiacque nella storia dell'umanità. L'11 settembre 2001 passerà tristemente alla storia come il giorno nero della cultura occidentale, quella cultura fondata sul rispetto dell'altro, sui valori della democrazia, dell'integrazione interrazziale, della multiculturalità.
E' un atto di guerra, è stato scritto, ed è vero. E' un atto di guerra contro quello che gli Stati Uniti - e con loro tutta la società occidentale - rappresentano. E' una guerra lanciata da un nemico invisibile, che non ha un territorio, una capitale, un'ambasciata. Le sue truppe possono essere dappertutto: sedute in una pizzeria di Gerusalemme - pronte a farsi saltare in aria - o sul sedile accanto al nostro nel volo di linea Roma-Parigi.
E L'occidente ha davanti due strade: blindarsi in un'enorme Zona Rossa che dall'Europa arrivi a Washington (come nei tristi giorni del G8 di Genova), oppure agire per togliere benzina dal fuoco folle dei tanti Osama Bin Laden che popolano il mondo. Come? Dando risposte concrete ai Paesi del Sud del mondo, come anche Giovanni Paolo II reclama da anni. Finora sono state poche e contraddittorie. Il fallimento di Genova, di Durban, il disinteresse americano per la terribile escalation in Medio oriente sono errori che devono far riflettere Bush. Non è isolandosi che si guida il mondo.
"Nulla sarà più come prima" ripetono uno dopo l'altro Tony Blair, Jacques Chirac, Schroeder, George W. Bush e in Italia il ministro dell'Interno Claudio Scajola. Nulla sarà più come prima perché forse è cominciata una guerra che è lunga come la storia dell'umanità: la guerra tra ricchi e poveri. E c'è un'unica maniera per vincerla: appellarsi ai valori più alti che la cultura occidentale possiede.
Stefano Saletti
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