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Cosa succederà nelle prossime settimane? Proviamo a capirlo, leggendo tra le righe dei fatti di questi giorni.
I marines sbarcano in forza a Kandahar. E’ evidente che gli Usa vogliono accelerare la cattura di Osama Bin Laden e del mullah Mohammad Omar. Ma non significherà la fine delle operazioni militari, come molti potevano pensare. La guerra in Afghanistan è soltanto la prima tappa di "Enduring Freedom". Contemporaneamente si sta creando il clima – e le alleanze – per la prova più impegnativa: l’allargamento del conflitto ad altri "Stati canaglia", a cominciare dall’Iraq. Poi, se sarà necessario, il Sudan, la Somalia e lo Yemen. Nell’ultima intervista rilasciata, il presidente americano George W. Bush l’ha detto chiaramente: "Se Saddam Hussein non accetterà le ispezioni dell’Onu pagherà conseguenze durissime".
Dopo la cacciata dei Talebani da Kabul, la probabile cattura di Bin Laden e lo smantellamento di Al Qaeda, la caduta del rais di Bagdad sarebbe davvero un colpo forte per Bush: chiuderebbe il cerchio sugli errori paterni di dieci anni fa e infliggerebbe una sconfitta forse decisiva al movimento terrorista-integralista che ha avuto aiuti, finanziamenti, coperture dall’Iraq. Quello che succederà a quel punto – ulteriore allargamento del conflitto o fine della guerra – resta ancora da decidere.
Come la sorte dell’Afghanistan. Mentre a Bonn, sotto la supervisione tedesca, si apre la conferenza per la pace è abbastanza evidente il disinteresse statunitense. L’Afghanistan agli afghani: questo il pensiero nel Dipartimento Usa. Non si vuole un nuovo Vietnam con le truppe impantanate nei giochini delle innumerevoli etnie che compongono il mosaico della regione. Anche Tony Blair ha dovuto fare i conti con la linea americana: pensava di poter giocare un ruolo forte come uomo di pace inviando 6.000 uomini a "governare" il dopo Talebani. Il niet dell’Alleanza del Nord – avallato dagli Usa – ne hanno ridimensionato le aspirazioni. Ed è questa, forse, la prima vera sconfitta internazionale del premier britannico. Che infatti, da qualche giorno, è in assoluto silenzio.
A proposito di silenzi. Non si parla più né dell’Airbus precipitato sul Queens a New York, né dell’Ilyushin-18, l’aereo russo caduto nei pressi della città di Iaroslavl a 250 km a nordest di Mosca, nel quale sono morti 18 passeggeri e 9 membri di equipaggio. Per entrambi era stata avanzata l'ipotesi che si trattasse di attentati. Poi non si è saputo nulla. Inghiottiti dai misteri di una guerra che si gioca anche sulle pagine dei media. (Vedi scenario La stategia della tensione)
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