Ariel Sharon

Ariel Sharon
Politico, ex generale, nato nel 1928 a Kfar Malal (Palestina)
 
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Ariel Sharon è l'ex ufficiale militare che sostiene di aver deciso da solo le sorti della guerra del 1967 e di quella del 1973, ma è anche l'ex ministro della Difesa che ha guidato l'invasione del Libano del 1982 e che ha permesso che avessero luogo i massacri di Sabra e Shatila. È inoltre l'attuale leader del Likud che, recandosi in visita alla Spianata delle Moscee il 28 settembre scorso, ha acceso la miccia che ha fatto scoppiare l' "Intifada di Al-Aqsa", e il politico israeliano più impopolare tra le "colombe" laburiste e quello più profondamente odiato tra gli arabi.

Il "falco" Ariel Sharon, detto anche "bulldozer" per la sua capacità di abbattere tutto ciò che incontra sulla sua strada, nasce a Kfar Malal, in Palestina, nel 1928, con il nome di Ariel Shinerman.

Appartenente ad una famiglia con forti simpatie sioniste, entra molto giovane nel servizio segreto di difesa Haganah. A vent'anni, partecipa come comandante di una compagnia di fanteria alla guerra dell'indipendenza. Al termine della guerra rimane nell'esercito prendendo attivamente parte ad operazioni di intelligence e di rappresaglia contro i vicini stati arabi, fondando nel 1953 anche un gruppo speciale denominato "101", che agirà sotto la sua guida.

Con il grado di comandante partecipa alla guerra del Sinai, ma agendo fuori dagli ordini causa la morte di numerosi soldati israeliani. Il suo avanzamento nella carriera militare riceve un brusco rallentamento che dura fino al 1965, anno in cui viene eletto capo di stato maggiore Yitzhak Rabin. Durante questo periodo rimane comunque attivo frequentando il Camberley Staff College in Gran Bretagna nel 1957 e, tornato in patria, ricoprendo incarichi di responsabilità e rilievo: dal 1958 al 1962, mentre frequenta la facoltà di Giurisprudenza all'Università di Tel Aviv, è prima comandante della brigata di fanteria e poi comandante della scuola di fanteria; nel 1964, viene nominato capo del Northen Command Staff e nel 1966, capo del dipartimento di addestramento dell'esercito.

Ricevuto il grado di generale di brigata, partecipa alla guerra dei sei giorni come comandante di una divisione corazzata e, nel 1969, viene nominato capo del Southern Command Staff. Si congeda nel giugno 1972, ma nell'ottobre dell'anno successivo, con lo scoppio della guerra dello Yom Kippur viene richiamato a prestare il proprio servizio, comandando nuovamente una divisione corazzata.

Già attivo nella politica israeliana prima di tale guerra essendosi iscritto al partito Gahal e avendo partecipato alla formazione del partito Likud, nel dicembre 1973 viene eletto deputato della Knesset. Presenta, però, le proprie dimissioni l'anno successivo per ricoprire un'importante posizione all'interno delle truppe di riserva israeliane.

Nel 1975 viene nominato consigliere di sicurezza del primo ministro Yitzhak Rabin. L'anno successivo forma il partito Shlomzion e, nelle elezioni del 1977, quando questo partito riceverà due seggi, viene nuovamente eletto deputato della Knesset e poi ministro dell'Agricoltura.

Nominato ministro della Difesa nel 1981, guida l'invasione del Libano ricevendo pesanti accuse tanto sul piano nazionale, quanto su quello internazionale; viene anche giudicato responsabile da una commissione d'inchiesta israeliana dei massacri di Sabra e Chatila e costretto alle dimissioni il 14 febbraio 1983.

Gli viene successivamente affidato un nuovo dicastero con il governo di Shimon Peres. Viene infatti nominato ministro dell'Industria e del commercio dal 1984 - anno in cui diviene anche leader del Likud - al 1990, anno in cui si dimette da tale incarico, destabilizzando, tra l'altro, anche il governo che sarà destinato a cadere.

Dal maggio dello stesso anno, con il governo Shamir, è a capo del ministero dell'Edilizia e dell'accoglienza; da tale data fino al 1992 - quando con la sconfitta del Likud alle elezioni verrà dimesso - favorisce energicamente la politica di insediamento israeliano nei territori occupati, contribuendo così ad accrescere ancora di più la propria impopolarità.

Tra il giugno e il luglio del 1997, la sua candidatura a ministro delle Finanze nel governo Netanyahu contro il volere dello stesso primo ministro, lo pone al centro di pesanti discussioni. Benjamin Netanyahu lo nomina comunque ministro degli Esteri il 9 ottobre 1998, incarico che detiene fino alla caduta del governo, nel maggio dell'anno successivo.

Il 28 settembre 2000, si reca in visita alla Spianata delle Moschee, a Gerusalemme, gesto questo che viene interpretato dai palestinesi come una vera e propria provocazione e che innescherà una pesante crisi che causerà, in tre mesi di scontri, oltre 350 vittime, in gran parte palestinesi.

Ricevendo il 62,5 per cento delle preferenze, il 6 febbraio 2001 viene eletto primo ministro di Israele.

Il 7 marzo giura e presenta alla Knesset il suo governo.

Di lui Ehud Barak ha detto: "È più pronto alla pace di quanto comunemente si creda" (la Repubblica - 11 dicembre 2000). Ciò, tuttavia, non ha impedito al dimissionario primo ministro di dire, riferendosi sempre a Sharon: "Tutti i problemi che un'intera nazione sta affrontando con tanta forza possono farsi risalire a un unico campo politico, in particolare a un sol uomo" e, con riferimento alle elezioni del 6 febbraio: "Dobbiamo chiederci se davvero vogliamo mettere il futuro d'Israele nelle mani di quest'uomo" (la Repubblica - 23 gennaio 2001). Ha inoltre dichiarato il leader laburista: "E' il responsabile di una tragedia durata 18 anni in Libano, della diffusione a macchia d'olio delle colonie ebraiche nei Territori Occupati, della radicalizzazione religiosa della lotta politica in Israele. E ora quest'uomo chiede di prendere il timone del paese, nel momento più grave e complicato della nostra storia. Lo ripeto: prego che gli elettori si destino dal torpore, e capiscano che il 6 febbraio è in gioco il loro futuro e quello dei loro figli" (la Repubblica - 31 gennaio 2001). Anche il leader palestinese Yasser Arafat ha osservato: "Un disastro se vince le elezioni" (la Repubblica - 23 gennaio 2001). "Un elefante in una cristalleria", lo ha invece definito il ministro palestinese Nabil Shaath (Corriere della Sera - 26 gennaio 2001).

  Grandinotizie.it/ 17/luglio/2001